// 2026 · LIVE

Ci può essere amore senza logiche di dominio?

Il dominio ci precede, ci attraversa, lascia segni che si contano. Eppure quando si tratta di indicarlo nessuno guarda dallo stesso punto. Due performer lo incarnano; il pubblico, votando in tempo reale, crede di misurarlo — e intanto si misura.

Ci può essere amore senza logiche di dominio?
Dettagli
Anno2026
RuoloAutore · Coreografia · Digital Design
Durata30'
StatoIn corsoIn cerca di residenze / fondi
ConSilvia Giorgi (performer)

L'amore romantico è cresciuto dentro una grammatica di potere: chi guida e chi segue, chi occupa lo spazio e chi vi si adatta. Questo lavoro parte da un sospetto — che quella grammatica non stia solo nei due corpi, ma nell'occhio che li legge. Che l'equilibrio di una relazione sia anche un effetto ottico, e il dominio un'etichetta che appiccichiamo dall'esterno, senza chiederci quasi mai che cosa ci abbia guidato la mano.

In scena due performer, un uomo e una donna, tengono un legame che scivola tra le sue possibili distribuzioni di potere. Al pubblico è chiesto di dire, istante per istante, chi domina. Ma quel giudizio non è mai neutro: la cultura in cui siamo cresciuti — e le logiche patriarcali che la attraversano — decide in anticipo che cosa leggiamo come dominio. Ognuno risponde per sé, e si ritrova accanto a tutti gli altri.

La scelta di un uomo e una donna è deliberata: la stessa identica azione diventa forza su un corpo e prepotenza sull'altro. Chi era venuto a osservare una dinamica di potere fatica poi a dire da che parte l'abbia vista nascere.

Lo stesso gesto, una lettura che scivola

Nella maggior parte delle coppie il dominio non si annuncia. Non servono ordini: basta che il bisogno di uno detti il clima della casa, e che l'altro si organizzi intorno a quel bisogno senza più accorgersene. Quando uno si chiude, l'aria si fa più densa e nessuno sa di chi sia la colpa; quando torna, l'aria si rifà respirabile. Si reggono a vicenda su un'assenza, e a ciascuno conviene non guardarla, e chiama tutto questo amore. È una forma di potere così quieta che nessuno dei due la nomina: nessuno dei due sta davvero al centro, e nessuno dei due sa più andarsene.

Cosa chiamiamo amore

Amore e dominio non coabitano. È la premessa da cui il lavoro parte, e non l'ha inventata: bell hooks non lascia margini quando scrive che «l'amore non può esistere in nessun rapporto basato sul dominio e sulla coercizione». In La volontà di cambiare insiste su un punto che questo lavoro prende sul serio: il pensiero patriarcale non è proprietà degli uomini, lo trasmettono e lo agiscono anche le donne. In Tutto sull'amore separa l'amore dalla catessi — l'investimento per cui una persona ci diventa necessaria, e che può reggere benissimo mentre la si trascura o la si ferisce. La coppia di cui sopra sta lì: non nell'amore, ma in un'economia del bisogno che tiene. Per hooks l'amore è un'azione e una pratica, non uno stato in cui ci si trova. Il lavoro non nega che il dominio esista. Chiede a chi guarda se sappia riconoscerlo — e che cosa, nel proprio sguardo, decide dove riconoscerlo.

Una speranza educata. José Esteban Muñoz, in Cruising Utopia, riprende da Ernst Bloch la docta spes: una speranza educata, opposta a quella astratta del desiderio generico, perché conosce gli ostacoli e ne tiene conto. Il suo metodo è cercare l'utopia nel minimo quotidiano — gesti che durano pochi secondi e non lasciano traccia, e che proprio per questo dimostrano che un altro modo di stare insieme è già praticabile. È l'invito che questo lavoro raccoglie. Per la durata di una performance una sala può esercitarsi a guardare diversamente: non chiedere alla relazione di essere risolta, ma allenare uno sguardo capace di riconoscere i momenti in cui il dominio smette di essere l'unica lingua parlata in casa. Dove qualcuno cede senza perdere, dove nessuno tiene il conto, dove l'intimità non passa da chi ha comandato per ultimo. Sono brevi, e accadono. Il lavoro chiede solo di guardarli abbastanza a lungo da contarli.

Galleria