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Ci può essere amore senza logiche di dominio?
Il dominio in una relazione non è un fatto, è un'attribuzione: qualcosa che nasce nell'occhio prima che nei corpi. Due performer lo incarnano; il pubblico, votando in tempo reale, crede di misurarlo — e intanto lo decide.
L'amore romantico è cresciuto dentro una grammatica di potere: chi guida e chi segue, chi occupa lo spazio e chi vi si adatta. Questo lavoro parte da un sospetto — che quella grammatica non stia nei due corpi, ma nell'occhio che li legge. Che l'equilibrio di una relazione sia un effetto ottico, e il dominio un'etichetta che appiccichiamo dall'esterno, convinti di riconoscerla anziché di assegnarla.
In scena due performer, un uomo e una donna, tengono un legame che scivola tra le sue possibili distribuzioni di potere. Il pubblico interviene in tempo reale con uno slider, spostandolo verso chi, istante per istante, sente come dominante. Il sistema raccoglie i voti e ne fa una media, restituita non come numero ma come materia: una massa di luce che pesa su chi la sala ha eletto al comando.
La scelta di un uomo e una donna è deliberata. La lente patriarcale orienta il giudizio prima che il giudizio si formi: la stessa identica azione diventa forza su un corpo e prepotenza sull'altro, e la remissività si legge come debolezza solo quando è lui a incarnarla. Ma il dispositivo non lascia lo spettatore fuori dalla scena. Nel confronto tra il proprio voto e quello di tutti gli altri, qualcosa si incrina — e chi era venuto a osservare una dinamica di potere fatica a dire da che parte, esattamente, l'abbia vista nascere.
Nella maggior parte delle coppie il dominio non si annuncia. Non servono ordini: basta che il bisogno di uno detti il clima della casa, e che l'altro si organizzi intorno a quel bisogno senza più accorgersene. Quando uno si chiude, l'aria si fa più densa e nessuno sa di chi sia la colpa; quando torna, l'aria si rifà respirabile. Si reggono a vicenda su un'assenza, e a ciascuno conviene non guardarla, e chiama tutto questo amore. È una forma di potere così quieta che nessuno dei due la nomina: nessuno dei due sta davvero al centro, e nessuno dei due sa più andarsene.